domenica 22 marzo 2015

Satira sostenibile.



Prendendo spunto dalla frase della Presidente della Camera, Laura Boldrini, che più o meno parlava di una satira “sostenibile” mi viene in mente quanto segue.
Punto primo: io posso dire e fare quello che voglio e tu non mi devi ammazzare. Per quanto sia grande l’offesa tu non mi devi e non mi puoi ammazzare.
Se c’è una religione che prevede l’uccisione di qualcuno, sbaglia la religione, non sbaglio io a fare alcunché.
Se invece la religione non prevede nessun omicidio ma è una malata interpretazione del fanatico di turno, allora ancora meglio posso e devo dire quel che voglio senza pensare di essere io in torto.
Secondo punto: se io offendo, quindi non posso neanche appigliarmi al diritto di satira (questione molto sfumata sui limiti del campo in questione), esistono leggi apposite delle quali avvalersi nelle sedi opportune.
Ma se ci sono appunto dei fanatici che interpretano male un dettame, non è forse il caso di essere prudenti e non offendere? No.
Offendere è senza dubbio sbagliato quindi forse è opportuno evitare e cercare di passare meglio possibile questo tempo su questo pianeta senza rompere, ma cosa si intende per “offesa”? Se chi critica attraverso la satira lo fa male perché non usa invenzioni comico/letterarie sorprendenti; non denuncia efficacemente la “magagna” o la contraddizione o l’ingerenza del soggetto preso di mira, facendo ridere e/o sorridere, pertanto sconfina nell’offesa vera e propria, poi ne risponderà per legge. E la legge stabilirà se ha torto o ragione. Punto.
Inoltre c’è da stabilire dov’è il confine dell’offesa, ma in una società civile e complessa, ci vogliono tempo, strumenti e professionalità che son lì apposta.
Tornando al punto del fanatico che ammazza, qui sta l’obiettivo: eliminare la causa di tale comportamento, ossia l’ignoranza. E l’ignoranza si combatte con la cultura, l’ironia (raffinato gioco per cui si dice una cosa per dire il contrario), il senso dell’umorismo (altro strumento che fa la differenza) e la Conoscenza.
Per concludere: non esiste la satira sostenibile. Io dico il cacchio che mi pare e poi ne rispondo e se c’è qualcuno che ammazza, io devo lavorare a lungo termine, proprio grazie alla conquistata libertà in mezzo mondo di dire quel cacchio che mi pare, acciocché quella condizione malsana venga eliminata. Per ciò che mi riguarda io vedo una delle origini della disfunzione proprio nelle religioni, in qualsiasi tipo di credenze fideistiche o idolatre e nelle superstizioni. Proprio in quest’ottica, mi sento di difendere il satirico che dice il cacchio che vuole e niente e nessuno ha diritto di ammazzarlo. 

martedì 9 settembre 2014

Keep calm…




Dunque, c’è uno che chiamano “John” il quale è protagonista di un paio di video in cui decapita occidentali. Uno alla volta, con un coltello, sfidando Obama.

Anzitutto uccidere con un coltello una persona alla volta mettendosi contro un presidente americano, capace di ammazzarne migliaia alla volta con aerei senza manco bisogno di piloti, è una partita persa in partenza.

Il punto però è che quest’azione viene rimbalzata dai mezzi di comunicazione e l’effetto che si ottiene è il seguente:

John commette un’azione crudele uccidendo un’innocente.

John è un islamico, non importa se integralista o pazzo, è un islamico, punto.

Gli islamici sono tutti arabi quindi tutti gli arabi sono John, perché ci raccontiamo che loro la pensano tutti così, quindi senza se e senza ma, gli arabi sono tutti cattivi e vanno se non sterminati, perlomeno fermati, isolati, corretti, insomma bisogna fare qualcosa.

Quel qualcosa è la guerra e ovviamente noi cristiani, occidentali, civili, bianchi, mettetela come vi pare, siamo i buoni perché in caso ammazzassimo migliaia di civili 
A: sono i cattivissimi che li usano come scudi umani.
B: – soprattutto – tra quelli non ci sono civili così veramente “civili”, dato che sono arabi e con quella cultura ci crescono.

Ecco, questo è quanto. Premesso che per me chi è religioso già sbaglia in partenza, quello che voglio dire è che di fronte a stimoli emozionali come quello di Repubblica o Corriere che mascherano da notizia la morbosa esibizione di un delitto, bisogna fare un respiro lungo, cercare di vincere l’istinto primordiale del “noi contro di loro” e difendersi mettendo un freno alla rassicurante convinzione che “quelli” siano tutti uguali e carne da macello. Altrimenti anche io sono autorizzato a pensare che gli ignoranti superficiali sono tutti uguali e andrebbero tutti eliminati.

lunedì 8 settembre 2014

Tasse for dummies.



 
Ogni tanto, che la Terra è sferica, va ripetuto perché in effetti istintivamente viene da pensare che sia piatta. Non c’è verso, a starci sopra pare proprio così.

“Ti serve la fattura?”
Ovvero: “ti serve, nel senso che la puoi scaricare, quindi ne hai un vantaggio, perché, altrimenti, a cosa ti serve e io che la emetto a fare?”.

Ecco, no, io non la posso scaricare ma la fattura la devi fare lo stesso perché essa (o lo scontrino) è la prova ufficiale che tu hai incassato denaro.

(Ah, Stato birbone che ci controlla pure i peli del naso! E la privacy?)

Passo 2: sul detto denaro che hai incassato, mo’ che si è venuto a sapere, ci paghi le tasse. Cioè ti viene tolto qualcosa che, in teoria, sarebbe tuo.

Passo 3: le tasse servono (potremmo dire “servirebbero” ma questo è un altro discorso) per costruire, tra l’altro, gli ospedali.

Passo 4: io mi sento male. Oppure si sente male mia madre, pensionata. O la tua, o tua moglie/marito/figlio/figlia. Corro al pronto soccorso che È GRATIS perché in Italia funziona così. E funziona così grazie alle tasse.

Conclusione: la fattura mi serve perché se sto male io o qualcuno che mi è caro OPPURE QUALCUNO CHE NON CONOSCO E NON CONOSCERÒ MAI, CHE PERÒ NON HA SOLDI, QUELLO SI PUÒ CURARE GRATIS PERCHÉ IO PAGO LE TASSE. Capito perché mi serve la fattura idiota d’un pirla arraffone de’ ‘sta cippa?

Al netto della sfiducia nelle istituzioni che ogni giorno cresce di un metro al giorno come certi bambù, diciamo che tra colui che non capisce perché deve pagare le tasse e quello che nonostante quei soldi in più d’IVA che deve sborsare gli farebbero comodo assai, c’è una differenza di grado evolutivo.
Io che pago sono un essere che concepisce l’altro da sé, perfino se è sconosciuto, e ho la consapevolezza dell’ “effetto farfalla”; quello che non paga, per di più credendosi furbissimo, è un’entità primordiale che vive spinto dal basico, duplice stimolo cibo/riproduzione. In parole povere: mangia e tromba.

Il discorso non è semplice, certo, però pensate se non dovessimo pagare la tassa per mondezza, cosa dovremmo fare per smaltire in proprio i rifiuti che produciamo.

Quindi ogni tanto va ripetuto: la Terra è sferica e le tasse vanno pagate per la comunità. Altrimenti oltre che un evasore, sei pure una proscimmia.


giovedì 14 agosto 2014

Diritto all’oblìo.



 
Sì, va bene, certo, in assoluto avere un “diritto” in più è sempre auspicabile e sarebbe bello se in Italia, a livello governativo diventasse una moda di tendenza. Ma qui ancora non siamo così avanti, rispetto al Medioevo sì è aggiornata solo la forma: oggi le streghe si bruciano col fotovoltaico.

Ma il “diritto all’oblìo”, diciamo la verità, chi è che lo vuole veramente? Cioè, magari a volerlo lo desiderano tutti ma ad applicarlo sarebbero in tre di cui un paio latitanti storici ed il restante, un asceta con l’alitosi.

Per il resto mi par di capire che noi come “socialari” (frequentatori di social network) aspiriamo proprio al contrario.

Suvvia, siamo sinceri: se scriviamo una qualsiasi cosa su Facebook è perché desideriamo far sapere al mondo il nostro pensiero e come siamo. Ed il bello è che siamo tutti migliori della masnada di pirla che a differenza nostra postano cose sciocche e banali! 

Se davvero volessimo essere “segreti” e praticare così devotamente la nostra “privacy”, terremmo un diario personale con lucchetto, chiuso nel cassetto, e saremmo più romantici cloni di Violetta che moderni figliocci di Mark Zuckerberg.

Altro che oblìo, noi aspiriamo all’Eternità. Ed oggi grazie alla Rete si può.
È il sogno di tutti, da sempre: vincere la Morte. Ieri l’essere umano si è inventato le religioni e più o meno in contemporanea l’Arte, poi, oggi, in una sorta di Ikea dell’immortalità, ognuno ha la possibilità di non sparire realmente del tutto lasciando una traccia di sé e per di più senza necessariamente fare figli, sistema tradizionale molto efficace ma molto più costoso a tutti i livelli.

Dite la verità: ma davvero, se ne aveste la (sacrosanta) possibilità, rinuncereste a fissare in modo sempiterno nel tempo e nello spazio l’immagine della carbonara che avete mangiato oggi oppure il sentito e commosso ricordo di quell’attore la cui dipartita, siamo onesti, a questo punto è un po’ meno importante e significativa della vostra toccante frase o sapida battuta tramandata ai posteri?


mercoledì 18 giugno 2014

Family day.


In questi giorni la cronaca sta mettendo in luce la parte peggiore dell’essere umano: il giornalista di “nera”.

Lungi dall’arrivare alle vette di Bruno Vespa, Federica Sciarelli, Salvo Sottile ed altri mangiatori di morte (cit. Michael Crichton, giusto per far vedere che un libro in casa ce l’ho pure se ho letto solo il titolo), questi probi lavoratori della stampa si prodigano nel raccontare, con strenua ricerca di immagini efficaci, ciò che concerne intorno a due efferati delitti.

Uno di questi è il clamoroso “caso di Brembate”, in cui pare sia stato trovato l’assassino di Yara. La prova del DNA lo inchioda ma prima di giudicare bisogna accertarsi che sia almeno un po’ straniero (preferibilmente romeno) altrimenti l’italico razzismo ne risente un bel po’.

Essendo un assiduo lettore dell’Amaca di Michele Serra (ATTENZIONE: spoiler. Di Repubblica si dice che ci sia una cosa buona, be’, è quella) in un pezzo di qualche giorno fa egli ha fatto la stessa riflessione che è venuta a me e non mi pare il caso di andarglielo a dire, poverino, magari già ha i guai suoi.

Perché quindi dire la mia dopo che Serra l’ha detto sicuramente meglio? Per lo stesso motivo per cui esiste il cuoco stellato e il kebbabaro.

Comunque, la cosa è molto semplice: la maggior parte dei delitti, come anche questi due, attuali protagonisti della cronaca, sono avvenuti in famiglia.
Ecco, basta. Chi parla (preti, politici, benpensanti di ‘sta fava) di “famiglia” come nucleo incorruttibile ed ideale, in special modo quello composto da padre, madre e figli, inganna il prossimo. Nel migliore dei casi (ma non c’è) lo fa credendoci veramente, nel peggiore invece opera una truffa dolosa per voti, potere o altro.

In questi secoli si è spacciata la famiglia come valore assoluto mentre essa soggiace alle leggi della Natura e dell’anima esattamente come tutti gli altri agglomerati umani e forse anche di più perché i parenti neanche te li scegli.

Per chiudere, l’ultimo inganno l’ho sentito da Maurizio Sacconi (persona assai sgradevole di suo e forte di orridi precedenti) il quale ha ripetuto come pure fece Rosy Bindi una falsità palese che però nessuno si premura mai di andare a verificare, ovvero che la Costituzione “dice che il matrimonio è solo quello tra uomo e donna".

Qui c’è l’articolo. Vedete voi stessi. Comunque l’articolo 29 dice questo:

Art. 29.
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.